Storie di Noi
Raccontiamo il mondo che cambiaArchivio per A parer mio
Kamal, l’aiuto che non sono riuscita a dargli
Oggi alle 8 avrei dovuto essere davanti al pc per inoltrare la domanda di assunzione di un cittadino extracomunitario. Un marocchino. Kamal, un ragazzo di 24 anni, appena uno meno di mia figlia. Era tutto pronto. Il numero della marca da bollo inserito, la professione trovata (giardiniere…ho un fazzoletto di giardino, ma non potevo certo assumerlo come badante), la residenza anche (da una mia amica con una camera in più). Il modulo compilato. Quasi tutto compilato. Mancavano i dati del passaporto. Data di emissione OK, data di scadenza…wow, proprio come mia figlia..passaporto scaduto! Niente da fare. Domanda gentilmente rispedita al mittente dal software. Il problema è che ho dovuto poi spiegargli perché, almeno ora, non potrò assumerlo. Non solo, ora dovrò convincerlo a tornare in Marocco per rifare il passaporto. Poi lo chiamerò, un visto turistico o di studio. Ci riproveremo Kamal.
pessimismo cosmico
Non sono pessimista… proprio per niente, contariamente a quello che dice e pensa dafne C(s)herry: ) perchè a me della storia della collina dei ciliegi e dei conigli(chiedete a lei cosa sia nel suo blog..) non mi ha mica convinta!
Però, però sono già arrivata al secondo cartellino giallo: già stamattina un tizio con carampana al seguito mi ha detto che ” sono giovane e devo vivere giorno per giorno”
Un motto di vita più stucchevole di un overdose di meringhe!
L’affetto
due parole sul misterioso terreno tra umanità e disumanità:
Ti accetto
era da tanto che aspettavo
e ora finalmente ci sono riuscita.
Ti accetto
con una lama smagliante e ben affilata
e taglio tutto quello che non mi piace.
Ti affetto
come se tu fossi molle
e in effetti un pochino lo sei.
Ti ho accettato
come nessuno avrebbe mai saputo.
Oggi le “brutte notizie”, la cronaca nera, ci colpiscono da vicino perchè viviamo in un’epoca in cui il virtuale è un campo unico di relazioni, un rete! E su questa rete siamo tutti pesci, ci incontriamo “uguali”.
Si estendono i confini del nostro vissuto: l’inquietudine di una città che non è la nostra o la tragedia di una famiglia che non è la nostra ci toccano da vicino. Forse non sappiamo più esorcizzare i fantasmi, come facevano gli antichi Greci a teatro: guardavano la vita da fuori (ma da dentro) , sapevano prenderla e trasformarla.

